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di
Turi Grasso
26 Aprile 2026
dal Sito Web
MEER

Nel Medio Oriente del
2026
l'acqua è diventata
una nuova frontiera del conflitto,
trasformandosi da
risorsa vitale a bersaglio strategico
Crimini contro la sopravvivenza:
il nuovo
volto della violenza
nel Medio
Oriente del 2026...
La crisi idrica che nasce nel Golfo Persico genera onde lunghe fino
al Mediterraneo:
una guerra invisibile, più letale delle bombe, che
non colpisce solo le città, ma il futuro stesso dei popoli.
C'è una soglia che l'umanità non avrebbe mai dovuto oltrepassare.
Nel Medio Oriente del 2026, quella soglia è
stata superata:
l'acqua è diventata un bersaglio di guerra.
Oggi non si bombardano soltanto basi militari o
infrastrutture strategiche. Oggi si colpisce ciò che tiene in vita
le persone. Si colpisce l'acqua.
Non è un effetto collaterale. Non è un errore. È una scelta...
E quando una guerra prende di mira l'acqua, non è più solo guerra:
è
un attacco diretto alla sopravvivenza.
L'Unione Europea ha già lanciato un appello esplicito a fermare gli
attacchi contro infrastrutture idriche ed energetiche nella regione.
Ma quegli appelli arrivano sempre dopo, quando il danno è già stato
fatto.
Suonano come dichiarazioni tardive, quasi
impotenti...
L'Acqua come Arma - Il Salto di
Qualità della Guerra
Gli eventi delle ultime settimane segnano un punto di non ritorno.
Nel marzo 2026, impianti di desalinizzazione - da cui dipende la
sopravvivenza di milioni di persone nel Golfo - sono entrati nel
mirino diretto
delle operazioni militari.
Il 7 marzo 2026, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas
Araghchi ha condannato fermamente l'attacco odierno degli
Stati Uniti contro un impianto di desalinizzazione dell'acqua sull'isola
di Qeshm, nel sud dell'Iran, compromettendo la fornitura
idrica per circa 30 villaggi. 1
Il giorno successivo, un drone iraniano ha danneggiato un impianto
analogo in
Bahrein.
A giustificazione il presidente del
Parlamento iraniano ha pubblicato che l'attacco all'impianto di
desalinizzazione di Qeshm è stato condotto con il supporto di
una base aerea situata in un paese confinante a sud.
Tale evento è stato confermato da fonti ufficiali
iraniane e agenzie di stampa come Xinhua (l'agenzia di stampa
ufficiale della Repubblica Popolare Cinese) e dallo stesso governo
bahreinita che ha anche denunciato il rischio crescente per la
popolazione civile, aggravato dal fatto che in molti Paesi del Golfo
fino al 90% dell'acqua potabile dipende unicamente dalla
desalinizzazione. 2
È un'escalation simmetrica e devastante:
colpire l'acqua per rispondere all'attacco
all'acqua. 3
Secondo analisti internazionali, oltre il 40%
della capacità mondiale di desalinizzazione si trova proprio in
Medio Oriente.
Questo significa che la distruzione di questi
impianti non è solo un danno collaterale:
è una minaccia diretta alla sopravvivenza di
intere popolazioni:
chi colpisce l'acqua, colpisce la vita.
L'Iran ha minacciato la distruzione
"irreversibile" delle infrastrutture idriche regionali in risposta a
possibili attacchi statunitensi, avvertendo che colpirà impianti di
acqua e energia nei Paesi del Golfo, da cui dipende quasi
interamente l'approvvigionamento idrico.
Perché un Attacco a un Impianto in
Bahrein?
Sorge spontanea una domanda:
se quello contro l'Iran non fosse stato un
attacco reale, Teheran avrebbe davvero rischiato una ritorsione
colpendo un dissalatore in Bahrein?
È plausibile ritenere che, senza un danno
concreto e strategico subito a Qeshm, l'Iran difficilmente avrebbe
scelto di colpire un'infrastruttura civile in un Paese del Golfo,
consapevole che ciò avrebbe potuto trascinare l'intera coalizione
araba e gli Stati Uniti in un conflitto regionale di ben più ampia
portata.
Resta dunque da comprendere quali fossero le motivazioni e gli
obiettivi di un'azione così mirata.
Una possibile chiave di lettura è che Teheran abbia voluto
inviare un messaggio chiaro, inaugurando una sorta di
deterrenza idrica:
Se rendete imbevibile l'acqua per i civili
iraniani, noi faremo lo stesso con i vostri alleati.
L'Iran, infatti, sa bene che i Paesi del Golfo -
Bahrein, Emirati, Arabia Saudita - sono molto più vulnerabili sul
fronte della desalinizzazione, non disponendo, né di grandi fiumi,
né di risorse sotterranee significative.
In questo senso, la scelta del Bahrein appare
tutt'altro che casuale e potrebbe riflettere una ritorsione
calcolata per almeno due motivi:
colpire un dissalatore sull'isola
significa toccare un alleato strategico che garantisce
il supporto logistico alle operazioni americane nel
Golfo.
un attacco lì potrebbe quindi essere
interpretato come un monito indirizzato a Dubai e Abu
Dhabi - "Sarete i prossimi, se non fermate Israele e gli
Stati Uniti."
Nel frattempo, mentre le cancellerie occidentali
- Washington e Tel Aviv - continuano a mantenere una posizione di
ambiguità strategica, senza confermare, né smentire ufficialmente il
raid su Qeshm, la reazione iraniana potrebbe essere stata accelerata
dalle forti proteste scoppiate sull'isola di Qeshm e lungo la costa
meridionale, dove le popolazioni hanno subito gli effetti della
crisi idrica interna.
Ciò avrebbe messo il governo iraniano sotto forte
pressione. Per il regime, inoltre, non rispondere a un attacco
considerato vitale come quello all'acqua sarebbe apparso come un
segnale di estrema debolezza.
In sintesi,
la rapidità e la selettività della risposta
iraniana contro il Bahrein sembrano rafforzare l'ipotesi che
l'attacco a Qeshm non sia stato un incidente tecnico, né
un'esercitazione, ma un atto deliberato di guerra idrica.
Siamo entrati in una fase in cui l'acqua non è
più una risorsa da tutelare, ma un ostaggio politico...
Una Guerra che Non fa Rumore
Esiste una guerra più efficace delle bombe, che non fa rumore, non
produce immagini spettacolari, non apre i telegiornali, ma che
uccide lentamente, silenziosamente, quotidianamente:
è la guerra dell'acqua...
Nel Medio Oriente del 2026, l'acqua non è più
soltanto una risorsa naturale:
potrebbe diventare uno strumento di potere,
un'arma strategica, un mezzo di pressione politica e militare.
In un contesto già segnato da conflitti cronici,
instabilità istituzionale e crisi climatiche sempre più gravi, il
controllo delle risorse idriche si configura come una delle forme
più sofisticate e drammatiche di violenza contemporanea.
Interrompere l'accesso all'acqua potabile, deviare i flussi dei
fiumi, distruggere infrastrutture idriche o limitarne
deliberatamente l'utilizzo, equivale oggi a colpire direttamente la
sopravvivenza delle popolazioni civili.
Non si tratterebbe più soltanto di danni
collaterali, perché saremmo di fronte a vere e proprie strategie di
guerra.
Il cambiamento climatico aggrava ulteriormente questo scenario.
L'aumento delle temperature, la riduzione delle precipitazioni e la
desertificazione progressiva stanno riducendo drasticamente la
disponibilità di acqua dolce, trasformando una risorsa già scarsa in
un bene sempre più conteso.
Come riportato il 13 marzo su
MO (MedOr Italian Foundation):
L'acqua come vulnerabilità strategica nei
conflitti del Medio Oriente [...] Mentre il petrolio domina
l'attenzione dei mercati globali, l'acqua rappresenta la vera
infrastruttura esistenziale delle società del Golfo.
La crescente dipendenza dalla
desalinizzazione rende infatti i sistemi idrici una
vulnerabilità strategica sempre più rilevante nei conflitti
della regione. [...]
In questo contesto, un'ulteriore escalation nel Golfo potrebbe
produrre conseguenze che vanno ben oltre il campo militare.
Un attacco sistematico agli impianti di
desalinizzazione potrebbe generare una crisi umanitaria
regionale e destabilizzare economie altamente urbanizzate.
Le città del Golfo ospitano milioni di
lavoratori stranieri il cui eventuale esodo improvviso potrebbe
paralizzare settori chiave dell'economia.
Allo stesso tempo, carenze idriche prolungate
potrebbero costringere alla riduzione di attività industriali e
produttive, inclusi settori energetici e petrolchimici ad alta
intensità di consumo d'acqua. 4
L'acqua diventa ciò che il petrolio è stato nel
Novecento:
una leva di potere...!
L'Acqua come Diritto Umano - Un
Fondamento Giuridico Violato
Nel diritto internazionale umanitario, l'acqua è considerata un bene
indispensabile alla sopravvivenza.
L'articolo 54 del Protocollo I aggiuntivo alle
Convenzioni di Ginevra, almeno sulla carta, vieta espressamente
gli attacchi contro strutture il cui scopo primario è permettere la
sopravvivenza della popolazione:
impianti idrici, opere di irrigazione, fonti
potabili, sistemi di distribuzione.
Questo principio è stato ribadito e rafforzato
negli anni da organizzazioni come l'ONU, la Croce Rossa
Internazionale e Amnesty International.
Quest'ultima ha recentemente ricordato che
attacchi a infrastrutture da cui dipendono elettricità, acqua e
servizi sanitari generano "danni civili vasti, prevedibili e
devastanti", configurando gravi violazioni del diritto umanitario e,
in alcuni casi, potenziali crimini di guerra. 5
Quando l'acqua viene negata deliberatamente, non siamo di fronte a
un semplice atto ostile:
si tratta della distruzione della possibilità
stessa di vivere.
Eppure, la risposta internazionale resta debole.
Perché?
Forse perché questa forma di violenza non è
immediata, non è spettacolare, non genera immagini virali.
Forse perché morire di sete non fa notizia
quanto morire sotto una bomba.
E così si crea lo spazio perfetto per l'impunità,
si può così arrivare ad un crimine quasi perfetto.
Uccidere con le Bombe o con la
Sete - Cambia davvero qualcosa?
Due forme della
stessa barbarie.
Esiste differenza tra sterminare civili con
bombe, razzi, droni... e sterminarli togliendo l'acqua?
Sul piano della dinamica fisica una bomba uccide
in modo immediato, visibile, diretto.
La privazione d'acqua, invece, uccide lentamente,
ma con un'efficacia che non lascia scampo:
provoca disidratazione nei più fragili,
impedisce agli ospedali di funzionare, diffonde epidemie,
abbatte i sistemi fognari e igienici, rende impossibile la
cottura dei cibi, paralizza scuole, industrie, vita quotidiana.
Non è meno violenta. È più sofisticata e forse
proprio per questo più pericolosa.
Non è un caso che studiosi e osservatori citati da
Inside Climate News,
un'organizzazione giornalistica senza scopo di lucro, focalizzata
sul giornalismo ambientale relativo alla crisi climatica, abbiano
definito gli attacchi agli impianti di desalinizzazione come,
"uno dei crimini di guerra più gravi
concepibili", una violazione che spazza via le "linee rosse" che
un tempo proteggevano la popolazione civile nei conflitti
armati. 6
L'Allarme dell'ONU - "Una Guerra
dell'Acqua è Imminente"
A rendere ancora più drammatico lo scenario, un funzionario ONU,
Kaveh Madani, ha lanciato un avvertimento durissimo:
gli impianti di desalinizzazione della
regione potrebbero essere colpiti nuovamente, innescando una
vera e propria water war, con ripercussioni immediate e
devastanti per milioni di persone e per l'economia globale.
Secondo Madani, la minaccia sugli impianti idrici
potrebbe rappresentare,
"una fase nuova e pericolosa del conflitto".
Lo stesso danno è provocato dall'attacco alle
risorse energetiche, indispensabili per il funzionamento degli
impianti di desalinizzazione. 7
Le Onde Lunghe della Guerra
dell'Acqua - L'Europa non è spettatrice
La crisi idrica che sta emergendo nel Golfo Persico e nel Levante
non resta confinata al Medio Oriente.
Gli attacchi alle infrastrutture idriche e
sanitarie in Iran, Bahrain e Libano mostrano una nuova fase del
conflitto: l'uso dell'acqua come arma strategica.
In un Mediterraneo interconnesso, questa dinamica
genera inevitabilmente effetti a catena sul continente europeo.
La distruzione di impianti di desalinizzazione e reti idriche può
aggravare instabilità locali, aumentare i flussi migratori da aree
rese inabitabili, compromettere la sicurezza energetica e far
crescere i prezzi di acqua, energia e prodotti agricoli.
In un mare chiuso come il Mediterraneo, ciò che
accade sulle sue sponde orientali finisce per ridisegnare equilibri
e vulnerabilità dell'intera regione.
Le Vulnerabilità Europee - Tra
Sicurezza, Economia e Migrazioni
L'Europa dipende in larga misura
dal Mediterraneo per rotte energetiche, approvvigionamenti
industriali e gestione dei flussi migratori.
Colpire infrastrutture idriche e civili - come
avvenuto in Libano con migliaia di vittime e ospedali
distrutti - significa alimentare instabilità che inevitabilmente si
sposta verso Nord:
più pressioni migratorie, rotte marittime
meno sicure, necessità di interventi umanitari e tensioni sui
mercati di energia e cereali.
La guerra dell'acqua non è quindi un problema
remoto:
agisce direttamente sulle fragilità
strutturali dell'Europa, esponendola a rischi economici e
geopolitici che potrebbero ampliarsi rapidamente.
L'Europa come Custode del Diritto
e della Sicurezza Mediterranea
C'è però anche una dimensione identitaria:
l'Europa, nata dopo il 1945 come spazio
fondato sulla protezione dei civili e sul diritto
internazionale, non può accettare la normalizzazione dell'uso
dell'acqua come bersaglio di guerra.
Significherebbe legittimare la distruzione di
infrastrutture essenziali e la messa in pericolo deliberata di
popolazioni civili.
Per ragioni di sicurezza e coerenza storica,
l'Europa deve assumere un ruolo attivo:
difendere le infrastrutture idriche,
garantire corridoi umanitari e promuovere una diplomazia
mediterranea dell'acqua che riporti al centro un principio
fondamentale:
l'acqua non è un'arma...
Se tutto diventa lecito, anche togliere l'acqua,
allora il diritto internazionale non è più un argine...
È una finzione...!
Considerazioni Finali
Colpire un impianto di desalinizzazione non è una "tattica
militare":
è un'aggressione diretta alla vita.
È un atto che prende di mira bambini,
anziani, malati, neonati in incubatrice.
È la scelta deliberata di disidratare una
popolazione.
La guerra del 2026 segna un salto ulteriore:
non si colpiscono più soltanto obiettivi
militari, ma le condizioni stesse dell'esistenza.
L'acqua diventa bersaglio, e con essa tutto ciò
che rende possibile vivere:
salute, igiene, cibo, dignità.
Le conseguenze non sono collaterali, ma previste:
epidemie, ospedali paralizzati, collasso
sanitario, fame, morte.
Questa non è guerra.
È pressione biologica su scala
collettiva...
Eppure, la reazione internazionale resta debole.
Perché la sete non fa rumore. Non produce
immagini spettacolari. Uccide lentamente, e proprio per questo viene
tollerata. Ma togliere l'acqua è una forma di sterminio differito:
un crimine contro la sopravvivenza.
Se l'Europa vuole restare fedele ai propri
principi, deve riconoscere subito la natura di questa minaccia e
agire. Non per pietà, ma per necessità. Perché ciò che oggi accade a
Est del Mediterraneo, domani può accadere ovunque.
Quando l'acqua diventa un'arma, nessuno è davvero al
sicuro...
Sulla "Bestialità Umana"
Le convenzioni internazionali, pensate per le guerre del secolo
scorso, si rivelano oggi inadeguate.
Ma il problema è più profondo:
è culturale.
Abbiamo perso la capacità di riconoscere la
barbarie quando non esplode in un lampo, quando agisce
lentamente, prosciugando la vita.
Le tensioni tra
Stati Uniti,
Israele e
Iran mostrano quanto l'uomo sia in
grado di oltrepassare ogni limite etico per colpire il nemico.
E allora emerge una verità scomoda:
l'uomo non è "bestiale".
Dire così è un insulto alle bestie.
Nessun animale uccide per ideologia.
Nessun predatore devasta un ecosistema per
punire un nemico.
Nessuna specie usa la sete come strumento di
dominio.
L'aggressività animale serve a sopravvivere;
la violenza umana serve a distruggere.
È qui il paradosso dell'Homo sapiens..:
capace di empatia, ma anche di progettare
lucidamente
il male.
L'unica specie che studia i punti vitali di
una società e li colpisce con precisione.
L'unica che può trasformare l'acqua - la
sostanza stessa della vita - in un'arma...
Shakespeare lo aveva intuito secoli fa
(Riccardo III, Atto I, Scena III):
"Anche la bestia più feroce conosce un minimo
di pietà."
E la risposta è l'abisso:
"Io non ne conosco nessuna, e quindi non sono
una bestia."
Secoli dopo, la stessa intuizione riaffiora nella
battuta di Jon Voight nel film 'A
30 secondi dalla fine':
"No, io non sono una bestia. Sono un uomo; il
che è molto peggio...!".
È questa lucidità, non l'istinto, a renderci
pericolosi.
Quando l'acqua diventa un bersaglio, non è soltanto una popolazione
a essere colpita.
È l'idea stessa di civiltà.
È l'idea stessa di futuro.
Per questo, oggi, difendere l'acqua significa
difendere l'umanità da ciò che di più oscuro porta in sé.
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