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di Giacomo Gabellini
29 Luglio 2026
dal Sito Web
Strategic-Culture
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Giacomo Gabellini
è scrittore e
analista di questioni economiche e geopolitiche. È
autore di numerosi volumi e collabora con diverse
testate sia italiane che straniere, tra cui "Krisis",
"L'Antidiplomatico" e "Global Times". Gestisce il sito
di approfondimento Il Contesto (https://www.ilcontesto.net). |

© Photo: Public domain
Perché gli Stati Uniti
ha
iniziato a sferrare attacchi contro l'Iran
poche
settimane dopo
la
conclusione della "tregua"
e su cosa
si basano le azioni
dell'amministrazione americana?
Dalla fine delle
partecipatissime esequie della
Guida Suprema Ali Khamenei, gli Stati Uniti sono tornati a
colpire con sistematicità l'Iran, che ha a sua volta reagito
bersagliando siti militari statunitensi in Kuwait e Bahrain.
Interpellato sul punto in occasione del recente vertice della Nato
di Ankara, il presidente
Trump ha espresso la
convinzione che il memorandum d'intesa siglato tra Washington e
Teheran soltanto poche settimane prima fosse definitivamente
collassato.
La riacutizzazione del conflitto rientrerebbe perfettamente nel
quadro geostrategico
dipinto dal "Wall Street Journal"
sulla base di confidenze rese da funzionari statunitensi di alto
livello, secondo cui,
"il presidente Trump ha valutato una ripresa
della guerra totale contro l'Iran, al culmine di una serie di
conversazioni negli ultimi giorni con il segretario alla Difesa
Pete Hegset e il Capo di Stato Maggiore congiunto,
Generale Dan Kaine, su ulteriori attacchi".
Le conversazioni, riferisce il quotidiano, si
sarebbero focalizzate sulla possibilità che gli Stati Uniti
abbandonassero i negoziati e riprendessero gli attacchi su vasta
scala contro l'Iran, avviando una nuova fase della guerra che ,
"il completamento del lavoro".
Ulteriori indizi circa le reali intenzioni
dell'amministrazione Trump sono emersi da una
recente intervista rilasciata dal
vicepresidente JD. Vance, secondo cui la sospensione
provvisoria delle ostilità prevista dall'intesa tra Stati Uniti e
Iran rispondeva alla necessità tassativa di Washington di,
"comprare tempo" utile a rifornire l'economia
mondiale e ad allentare le pressioni sui prezzi dell'energia,
sulle scorte di munizioni e sulle riserve strategiche di
petrolio, ma "mantenendo un ampio margine di manovra".
Dichiarazioni estremamente franche, attestanti
una condotta negoziale intrisa di "ambiguità" - se non di vera e
propria malafede - che era stata caldamente raccomandata in
uno studio realizzato dall'influente
Brookings Institution nel 2009,
da cui si ricavano elementi particolarmente utili a decodificare le
reali intenzioni statunitensi.
Il documento, intitolato
Which Path to Persia? Option for a new
American strategy toward Iran ("Quale strada per la
Persia? Opzione per una nuova strategia americana verso l'Iran"),
esplorava le opzioni praticabili per agevolare l'insediamento a
Teheran di un regime alleato o comunque controllabile.
Nel rapporto si suggeriva ai decisori di Washington di avviare
trattative bilaterali incentrate sul programma nucleare iraniano
progettate appositamente per risolversi in un fallimento, da
addebitare però alla malafede della classe dirigente della
Repubblica Islamica così da creare consenso attorno all'adozione di
sanzioni.
Un passo successivo indicato dalla Brookings Institution consisteva
nel fomentare disordini interni all'Iran, sia attivando i gruppi di
opposizione finanziati dal nugolo di ONG facenti più o meno
indirettamente capo al Dipartimento di Stato, sia sostenendo
organizzazioni terroristiche come il Mojahedin-e-Khalq (Mek).
Nel corso degli anni, molte delle raccomandazioni contenute nello
studio pubblicato dalla Brookings Institution nel 2009 hanno trovato
concreta applicazione nella politica mediorientale statunitense.
L'accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel
2015 sotto l'egida di Obama e mai realmente rispettato, il
ritiro unilaterale dall'intesa disposto nel 2018 dal presidente
Trump, la contestuale adozione di un durissimo regime
sanzionatorio contro la Repubblica Islamica e il costante sostegno
esterno ai disordini interni che di tanto in tanto
interessano il Paese risultano
perfettamente coerenti con le linee guida indicate nel documento.
Lo studio prendeva inoltre in esame
un'invasione terrestre dell'Iran, anticipata da intense
campagne di bombardamenti aerei su vasta scala e implicante il
coinvolgimento di Israele.
In un capitolo intitolato Leave it to Bibi -
Allowing or encouraging an Israeli military strike -
Which Path to Persia? - Pag. 86 ("Lasciar
fare a Bibi - Permettere o incoraggiare un attacco militare
israeliano"), cioè a Benjamin Netanyahu, il documento afferma
che,
"ci sono validi motivi per credere che, nelle
giuste (o sbagliate) circostanze, Israele lancerebbe un attacco
- principalmente con raid aerei, ma eventualmente supportato da
operazioni delle forze speciali - per distruggere il programma
nucleare iraniano".
Di fronte a questo scenario, la Brookings
Institution elenca quattro strade percorribili per gli Stati
Uniti ma ne consiglia soltanto due.
La prima prevede che,
"gli Stati Uniti concedano a Israele il "via
libera", consentendogli di transitare nello spazio aereo
controllato dagli americani sopra l'Iraq.
In questo caso, gli Stati Uniti si
coordinerebbero preventivamente con Israele su come gestire le
conseguenze di un attacco, tra cui la rappresaglia iraniana e le
ripercussioni politiche regionali e internazionali.
Il principale vantaggio di questa opzione è
che, se Israele riuscisse a trovare una soluzione militare alla
minaccia nucleare iraniana, gli Stati Uniti trarrebbero
beneficio dall'attacco senza assumersi i rischi derivanti
dall'impiego delle proprie forze".
Gli svantaggi, sottolinea tuttavia il rapporto,
"sono più numerosi, semplicemente perché
nessuno, men che meno l'Iran, crederebbe che gli Stati Uniti non
abbiano nulla a che fare con un attacco israeliano, soprattutto
se permettessero a Israele di sorvolare l'Iraq.
Una delle conseguenze più significative dello
scenario del "via libera" potrebbe essere la rappresaglia
iraniana contro obiettivi americani, il che potrebbe a sua volta
portare a un conflitto più ampio tra Stati Uniti e Iran".
La seconda opzione contempla invece che,
"gli Stati Uniti diano a Israele un "semaforo
giallo", incoraggiandolo a sferrare l'attacco ma senza
consentirgli di utilizzare lo spazio aereo iracheno.
I vantaggi di questo scenario sarebbero gli
stessi del "semaforo verde", con l'ulteriore beneficio che le
ripercussioni diplomatiche per gli Stati Uniti potrebbero essere
attenuate, poiché Washington potrebbe affermare di non aver
ricevuto alcun preavviso, o addirittura di averlo ricevuto e di
aver tentato di impedire l'attacco chiudendo lo spazio aereo
iracheno".
Lo svantaggio sta nel fatto che,
"molti, soprattutto gli iraniani, potrebbero
comunque ritenere gli Stati Uniti complici dell'operazione,
rendendo così le truppe statunitensi nella regione vulnerabili a
rappresaglie da parte dell'Iran".
Gli autori del documento richiamano l'attenzione
sul vantaggio dato,
"dalla possibilità che solo Israele venga
ritenuto responsabile dell'attacco.
Se ciò si rivelasse vero, gli Stati Uniti
potrebbero non dover affrontare le ritorsioni iraniane o le
ripercussioni diplomatiche che accompagnerebbero un'operazione
militare americana contro l'Iran.
Ciò consentirebbe a Washington di ottenere il
meglio da entrambe le situazioni:
ritardare l'acquisizione dell'arma
nucleare da parte dell'Iran ed evitare di compromettere
molte altre iniziative diplomatiche regionali statunitensi".
Le forze israeliane, per di più,
"potrebbero essere in grado di eseguire
l'attacco molto prima e con molto meno preavviso e preparazione
rispetto alle forze militari americane".
Sarebbe infine,
"più facile convincere Israele a sferrare
l'attacco che ottenere il sostegno politico interno per un'altra
guerra in Medio Oriente - per non parlare del sostegno
diplomatico di una regione estremamente diffidente nei confronti
di nuove avventure militari americane"...
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