di Giorgio Agamben
August 2019
dal Sito Web Quodlibet
Testo tratto da Giorgio Agamben,

"Idea della Prosa" Pag. 49, 2013

 

 

 




Da quando la riforma della liturgia ha reintrodotto nella messa il segno di pace scambiato fra i fedeli, ci si è accorti, non senza disagio, che questi candidamente ignoravano che cosa un tal segno potesse mai essere, e, poiché l'ignoravano, dopo qualche istante di perplessità, ricorrevano all'unico gesto familiare e si davano, senza troppa convinzione, la mano.

 

Il loro gesto di pace era, cioè, quello stesso che, nelle contrattazioni dei mercati e delle fiere paesane, sancisce il raggiungimento dell'accordo.

Che il termine pace indicasse in origine un patto e una convenzione è scritto nel suo stesso etimo.

Ma il termine che, per i latini, indicava lo stato che da quel patto derivava non era pax, ma otium, le cui incerte corrispondenze nelle lingue indoeuropee,

  • gr. ausios, vuoto, autōs, invano

  • got. aupeis, vuoto

  • isl. aud, deserto,

...convergono verso la sfera semantica del vuoto e dell'assenza di finalità.

 

Un gesto di pace potrebbe essere, allora, soltanto un gesto puro, che non vuol dire nulla, che mostra l'inattività e la vacuità della mano.

 

E tale è, in effetti, presso molti popoli, il gesto del saluto; ed è, forse, proprio perché la stretta di mano è, oggi, semplicemente un modo di salutarsi, che, chiamati dal sacerdote, i fedeli fanno inconsapevolmente ricorso a questo gesto incolore.


La verità è, però, che non c'è, non può esserci un segno di pace, perché vera pace sarebbe solo là dove tutti i segni fossero compiuti e smorzati.

 

Ogni lotta fra gli uomini è, infatti, lotta per il riconoscimento e la pace che segue a tale lotta è soltanto una convenzione che istituisce i segni e le condizioni del mutuo, precario riconoscimento.

 

Una tale pace è sempre e solo pace delle nazioni e del diritto, finzione del riconoscimento di un'identità nel linguaggio, che proviene dalla guerra e finirà nella guerra.


Non il richiamarsi a segni e immagini garantiti, ma che non ci si possa riconoscere in alcun segno e in alcuna immagine: è questa la pace - o, se si vuole, quella letizia che è più antica della pace e che una mirabile parabola francescana definisce come una dimora notturna, paziente, spaesata - nel non riconoscimento.

 

Essa è il cielo perfettamente vuoto dell'umanità, l'esposizione dell'inapparenza come unica patria degli uomini.