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di Antonio Arévalo
23 Luglio 2026
dal Sito Web
MEER
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Antonio Arévalo
è un poeta, critico
e curatore di mostre d'arte contemporanea. Attualmente
vive in Italia.
Considerato uno dei
curatori più attivi dell'America Latina in Europa, è
stato curatore del Cile alla Esposizione Internazionale
d'Arte La Biennale di Venezia, presentando l'artista
Juan Downey (Menzione d'Onore da parte della Giuria
Internazionale).
Scrittore e poeta,
scopritore di talenti giovani, è un punto di riferimento
per l'arte.
È anticipatore
della prima grande mostra dedicata all'Arte
Latinoamericana in Italia, nell'ambito della prima
edizione FotoGrafia, Festival Internazionale di Roma.
Dal giugno 2014 a
marzo 2018 è stato
'Addetto Culturale
del Cile' in Italia. |

La vera crisi di un
Paese
non riguarda solo
economia o politica,
ma anche la perdita
della capacità di riconoscere
ciò che dovrebbe
mettere in discussione la società.
Torres del Paine National Park, Cile
Dall'ironia visionaria di Roberto Matta
alle
contraddizioni del presente:
quando una
nazione smette di stupirsi
di ciò che
dovrebbe inquietarla...
Ci sono frasi che invecchiano e altre che aspettano pazientemente il
momento di diventare vere.
Per anni ho pensato che la trovata di
Roberto Matta - vendere il
Cile e comprarsi un Paese più vicino a Parigi - appartenesse a
quella categoria di ironie smisurate che solo un surrealista
poteva permettersi.
Rideva del provincialismo, di una certa timidezza
nazionale, della difficoltà cilena ad accettare ciò che supera la
norma. Era una provocazione brillante, un'esagerazione destinata a
mettere a disagio.
Oggi non ne sono più così sicuro...
Qualche giorno fa ho letto due notizie.
La prima annunciava la creazione di
una piattaforma di intelligenza artificiale che permette di
conversare su WhatsApp con diversi santi della
Chiesa cattolica attraverso
un abbonamento mensile.
A seconda del piano scelto, l'utente può
scambiare decine di messaggi al giorno con san Francesco
d'Assisi, Madre Teresa di Calcutta, san Pio da Pietrelcina,
Josemaría Escrivá e Carlo Acutis...
Anche il cielo, a quanto pare, ha scoperto il modello di
business delle piattaforme digitali.
La seconda riguardava un progetto di legge che
obbligherebbe, di fatto, le donne che richiedono
un'interruzione legale della gravidanza ad ascoltare
preventivamente il battito del cuore dell'embrione o del feto.
Giuridicamente potrebbero rifiutarsi; nella
realtà, quel rifiuto impedirebbe al medico di eseguire
l'intervento. La libertà rimarrebbe scritta nel testo della
legge, mentre scomparirebbe nei fatti.
Non mi interessa discutere qui né della fede né
dell'aborto. Tantomeno stabilire chi abbia ragione...
Le due notizie hanno attirato la mia attenzione
per un'altra ragione.
Letta separatamente, ciascuna
appartiene a un universo diverso.
Lette insieme, sembravano invece
rivelare uno stesso paesaggio culturale.
In entrambi i casi esiste la convinzione che
perfino ciò che per secoli è appartenuto al territorio incerto
della coscienza possa essere amministrato attraverso un
dispositivo, un protocollo o un'applicazione.
L'esperienza umana smette di essere uno
spazio aperto per trasformarsi in una procedura.
Tuttavia, ciò che mi ha inquietato di più non
sono state le notizie in sé.
È stato scoprire che, una volta terminata la
lettura, ho avuto la sensazione che appartenessero allo stesso
racconto.
Non perché dicessero la stessa cosa, ma perché
sembravano esprimere un'identica necessità di organizzare ciò che
per secoli era rimasto al di fuori di ogni amministrazione:
la coscienza, la fede, il
dolore, l'intimità.
Ho chiuso il giornale e ho pensato a quel Cile.
Mi è accaduta una cosa strana:
le notizie avevano smesso di interessarmi
come notizie.
Avevano cominciato a funzionare come
metafore.
E una metafora, quando appare senza essere
stata cercata, dice spesso di più su un Paese di una lunga serie
di statistiche, discorsi o programmi di governo.
Fu allora che ricordai un'osservazione di
Raúl Ruiz.
Diceva che i cileni intrattengono un rapporto
singolare con il fantastico:
le cose più insolite accadono davanti ai
nostri occhi e, tuttavia, raramente permettiamo che ci
sorprendano.
In quella frase c'è un'intuizione che va ben
oltre l'umorismo.
Forse il problema del Cile non è l'assurdo, ma la
facilità con cui finisce per incorporarlo nella normalità. Ciò che è
eccezionale smette di essere una crepa nella realtà per diventare,
quasi immediatamente, parte del paesaggio.
Ruiz non fu mai indulgente con il Cile.
Lo definì un Paese indigesto, ma quella
durezza nasceva da un'intimità profonda, propria di chi sa che
anche la critica può essere una forma di appartenenza.
In un'altra occasione scrisse che,
essendo cileno, aveva il diritto di criticare
proprio perché era cileno.
Quell'apparente contraddizione dice molto del
nostro rapporto con il Paese:
un miscuglio di disincanto, affetto e
perplessità difficile da spiegare a chi non l'ha vissuto.
Per questo tornai anche a Matta.
Eugenio Téllez scrisse una frase
memorabile su di lui:
"In Cile l'artista vive chiedendo scusa.
Matta non chiese mai scusa per esistere".
C'è qualcosa di profondamente rivelatore in
questa osservazione.
Matta non accettò mai di ridurre il pensiero alla
misura delle convenzioni nazionali. La sua provocazione di vendere
il Cile non era un gesto di disprezzo; era un modo per costringerci
a guardare ciò che avevamo smesso di vedere.
I grandi artisti raramente offrono risposte.
Cambiano il punto da cui osserviamo le domande.
Spesso si chiede all'arte una denuncia...
Eppure sospetto che il suo compito sia un altro.
L'arte non denuncia: scopre.
Non inventa lo scandalo: solleva il velo.
Come il bambino della fiaba di Andersen, si
limita a indicare ciò che tutti hanno davanti agli occhi e che,
per qualche ragione, nessuno sembra disposto a nominare.
Poi tace. Il resto appartiene a chi accetta di
guardare...
Forse è per questo che le due notizie hanno finito per interessarmi
meno per ciò che dicevano che per ciò che lasciavano intravedere.
Hanno smesso di essere episodi dell'attualità per trasformarsi negli
indizi di una trasformazione più ampia.
Non mi riferisco 'soltanto' al Cile...
Ogni epoca si tradisce in dettagli che,
all'inizio, sembrano insignificanti.
Ci sono momenti in cui un fatto minore
illumina lo spirito di un tempo meglio di un grande avvenimento
politico.
Solo molto tempo dopo comprendiamo che ciò
che sembrava marginale stava annunciando un cambiamento più
profondo.
Non so se il Cile stia cambiando più rapidamente
di altri paesi. Non so nemmeno se queste notizie annuncino una
trasformazione duratura o se verranno dimenticate nel giro di
qualche mese.
So soltanto che la vecchia frase di Matta
ha smesso di sembrarmi una boutade surrealista
Non la ascolto più come una provocazione, ma come
una domanda.
Forse un Paese non comincia a vendersi quando
privatizza le proprie imprese, cede le proprie risorse
naturali o trasforma il territorio in una merce...
Forse comincia molto prima, quando perde la
capacità di stupirsi di fronte a ciò che dovrebbe inquietarlo.
Le nazioni non scompaiono soltanto quando perdono
una guerra o cambiano i loro confini.
Possono svanire lentamente pur conservando
intatti i loro paesaggi.
Il mare continua a infrangersi sulle stesse
coste
La cordigliera rimane immobile.
I vulcani continuano a respirare sotto la
terra.
I nomi delle città non cambiano e le bandiere
continuano a sventolare sugli edifici pubblici.
Tutto sembra esattamente "uguale"...
Eppure ci sono momenti in cui si sospetta che il vero paesaggio di
un Paese non sia fatto di montagne, oceani o deserti, ma di ciò che
esso è ancora capace di riconoscere come intollerabile.
Forse Matta parlava proprio di questo.
Ed è forse per questo che, tanti anni dopo, la sua ironia ha
smesso di farci sorridere.
Perché l'annuncio non sembra più una
stravaganza surrealista.
Sembra una descrizione...
Si vende bel Paese con vista sul mare...
Non perché qualcuno voglia comprarlo, ma perché,
forse, ha cominciato molto tempo fa a vendere sé stesso...
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