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di Antonino Galloni
22 Febbraio 2026
dal Sito Web
MEER
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Antonino Galloni
è un economista
italiano, laureato in Giurisprudenza a Roma nel 1975 con
studi anche a Berkeley, negli Stati Uniti.
È stato
collaboratore dell'economista post-keynesiano Federico
Caffè e docente universitario.
Ha svolto incarichi
di rilievo nel governo e nelle istituzioni italiane ed è
autore di numerose pubblicazioni.
Nel febbraio 2024 è
stato nominato
Magnifico Rettore della Unicampus HETG di
Ginevra. |

Edificio futuristico
con un occhio gigante:
questa immagine evoca
la distopia dello Stato della sorveglianza
e il controllo
pervasivo che può essere associato
al concetto di 'Stato
condominiale',
dove le istituzioni
sono controllate dalle multinazionali
e si praticano
strategie al di fuori del contesto legale.
Analisi del declino dello stato sociale,
l'emergere
del controllo corporativo,
e le
prospettive future...
Origini e Sviluppi dello Stato
Liberale
Due sono apparse le letture dello
Stato Liberale.
La prima è la naturale evoluzione degli Stati
assolutistici - favorita dalle cosiddette Rivoluzioni Borghesi
del XVII, XVIII e XIX secolo - che ha consentito la graduale
introduzione di norme che garantivano i possidenti dalla furia
dei non possidenti
La seconda (che è poi la stessa cosa da un
punto di vista alternativo al precedente) la catalogazione degli
stessi Stati liberali quali forme - più o meno supreme - di
organizzazione della o delle classi dominanti.
Il passaggio cruciale, dopo il Congresso di
Vienna, è stata la lenta emancipazione (giuridica oltre che
culturale) dall'idea di intransigenza e soggettività autoritaria del
concetto di Stato, la quale ha condotto a identificare lo Stato
stesso non per quello che doveva conseguire, ma per quello che non
doveva fare:
cioè ingerirsi nella vita dei cittadini...!
Quindi, il non intervento appare il suo intento
generale (in linea con le parallele teorie liberali in campo
economico e sociale), con l'unica eccezione del ripristino di una
legalità che poteva esser lesa solo da comportamenti delinquenziali
ovvero di emancipazione delle classi lavoratrici che andasse oltre
il mero esercizio di diritti e poteri riconosciuti esplicitamente
dall'ordinamento.
Lo Stato liberale, quindi, si manifesta esclusivamente nella sua
versione di arbitro, il più possibile neutrale, vale a dire garante
di un equilibrio unicamente rispettoso degli equilibri e dei
rapporti di forza esistenti tra le classi sociali:
Al culmine della sua evoluzione, lo Stato
liberale giungeva a riconoscere il diritto allo studio ovvero il
principio che a tutti dovesse esser garantito lo stesso punto od
opportunità di partenza; poi il riconoscimento del merito avrebbe
fatto la differenza.
In realtà, né le scuole erano uguali per tutti,
né le dotazioni di strumenti materiali e immateriali per conseguire
percorsi di formazione adeguati alle prospettive di successo.
Lo Stato Sociale nelle sue varie
Versioni
Lo Stato liberale entra in crisi con le conseguenze della Prima
Guerra Mondiale cui aveva dato ampio spazio sottomettendo le
esigenze di crescita della società e delle forze produttive ai soli
interessi dell'industria cosiddetta pesante e degli armamenti.
Il mondo che esce da detta guerra (si sta parlando soprattutto, se
non esclusivamente, dei principali Paesi europei e nemmeno gli Stati
Uniti rientreranno in tale riferimento se non con un decennio di
ritardo) inizia una crisi da cui si uscirà solo con lo Stato sociale
nelle sue varie versioni:
uno Stato che non può più porsi solo
l'obiettivo generico della crescita economica (trainata dalle forze
che possono decidere gli investimenti), ma deve intervenire per
realizzarla.
Tale evidenza appare in tutto il suo fulgore negli anni '30 (dello
scorso secolo) quando è chiaro che per lo Stato liberale - non
interventista o interventista solo eccezionalmente - il tempo è
finito.
Ed ecco le tre versioni dello Stato sociale, pur con tutte le loro
varianti:
-
il modello autoritario e che punta allo
sviluppo dell'emergente ceto medio
-
quello parimenti autoritario e che si
riferisce ai principi ed ai valori di tutta la classe
lavoratrice
-
infine la democrazia rooseveltiana
Benché questi modelli avessero più aspetti in
comune tra loro che con la precedente forma liberale, le differenze
non andrebbero sottaciute:
-
il Fascismo seppe interpretare le
esigenze del momento, però limitando l'invasività della
sfera pubblica sulla vita privata solo a situazioni
programmate
-
il Nazismo ed il Comunismo, invece,
seppero espandere più capillarmente la totalità del momento
sociale della vita pubblica nelle varie manifestazioni
-
infine il
New Deal rooseveltiano si
caratterizzò per un'abile sintesi tra i poteri forti
coinvolti nella gestione della società e dell'economia -
proprietari dei mezzi di produzione, sindacati vari, fianco
la criminalità organizzata - con le espressioni più tipiche
della democrazia partecipata...
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale prevalse
il modello più democratico e partecipato che consentì un lungo
periodo di sviluppo e progresso grazie ad un'utile convergenza di
principi che, in comune con altre espressioni dello Stato sociale,
escludevano il ritorno ad un'organizzazione dell'economia che
assegnasse il potere di determinare tutto in base alle regole ed
alle risultanze del mercato.
Attacco allo Stato Sociale
Tuttavia, mentre le varie tipologie di
Stato Sociale sopravvissute
al Secondo Conflitto Mondiale si davano battaglia per mostrare la
superiorità dell'approccio capitalistico su quello socialista (e/o
viceversa), si manifestarono alcuni limiti del modello, soprattutto
nell'Europa occidentale, dovute a:
l'apertura del commercio estero; una spesa
pubblica che doveva crescere di più del gettito fiscale.
Sotto il primo aspetto, il problema era dato dal
ritmo di acquisizione delle innovazioni tecnologiche.
Infatti, la maggiore concorrenza internazionale
non consentiva più di reggere la sostituzione di occupazione con
aumenti salariali (allo scopo di sostenere i livelli della domanda
aggregata).
Inoltre, le immissioni monetarie dello Stato,
finalizzate ad assorbire la disoccupazione, cominciarono a rivelarsi
inefficaci quando i cambiamenti delle tecnologie comportavano quelli
nella richiesta di professioni sempre più qualificate e sempre meno
specializzate.
Sotto il secondo aspetto, dunque, la teoria keynesiana, predominante
nella politica e nelle accademie fino alla seconda metà degli anni
'70, prevedeva continui disavanzi pubblici (anche per rafforzare il
Welfare e le infrastrutture in tutti i loro aspetti).
Ma, quando i tassi d'interesse cominciarono a
crescere - ben al di sopra di quelli di aumento del PIL - unica via
di uscita sarebbe stata l'emissione di moneta non a debito. Ma tale
soluzione era stata, da sempre, osteggiata dal sistema
bancario-finanziario e poco discussa in ambito accademico.
Insomma, la moneta era stata creata (dal nulla)
ad opera delle Banche Centrali, per acquistare i titoli del debito
pubblico - da retrocedere, cioè annullare, alle scadenze - ma
contabilizzata come passivo (anche dopo lo sganciamento della moneta
dall'oro, avvenuto formalmente il 15 agosto 1971).
E tale "compromesso" cadde negli anni '80 con la
più netta separazione delle Banche Centrali dai governi, così
minando la forza dello Stato, ormai equiparato a qualunque debitore
necessitato a chiedere prestiti al mercato - vale a dire le banche
ordinarie - per andare avanti.
La spesa pubblica venne demonizzata ed il mercato stesso considerato
- a differenza di quanto era stato considerato nei decenni
precedenti - supremo e unico regolatore dell'economia e della
società.
Lo Stato sociale era finito.
E la caduta del
Muro di Berlino, ovvero della
necessità di dimostrare la non superiorità del socialismo sul libero
mercato, suggellò la situazione.
Lo Stato delle
Multinazionali
Dopo gli anni '80, si tornò allo
Stato Liberale
(dimenticandosi del suo completo fallimento 50-60 anni prima) in un
contesto di visione liberistica della vita e dell'economia che
escludeva interventi necessari nella società, a volte - ma non
sempre - con l'unica eccezione delle famiglie in condizioni di
miseria oggettiva e con scarse speranze.
Questo spiazzò tutto il ceto medio,
costringendolo ad andare avanti con le sole sue forze, senza il
sostegno delle istituzioni.
Così, le multinazionali - che avevano combattuto lo Stato sociale
dando luogo a continui controbilanciamenti con esso, ciò che aveva
dato risultati benefici per la società e per l'economia - mutarono
strategia e cominciarono ad invadere le istituzioni, per volgerle a
loro esclusivo favore:
e il lobbismo sostituì la Politica.
Condominio e Sorveglianza
In seguito, i rimasugli dello Stato sociale e la capacità delle
multinazionali, non solo di controllare le istituzioni pubbliche, ma
anche di praticare le proprie strategie fuori dal contesto legale,
contribuirono ad erigere quello che si può ben definire - non sembri
una crassa ironia,
lo 'Stato condominiale'...
Ma la palese insostenibilità della situazione
economica (soprattutto per la gran parte delle famiglie ed i piccoli
imprenditori) spinse ad aggiungervi un'altra e ancora più drammatica
caratteristica:
quella dello
Stato della sorveglianza, data
dalla necessità di distorcere ogni forma d'informazione allo
scopo di giustificare misure liberticide per le masse popolari
che, pochi decenni prima, non sarebbe stato possibile imporre.
Superamento della forma Stato o
no?
A seguito di ciò, la prospettiva di un superamento dello Stato in
quanto tale ha raccolto maggiori - e certamente non minori -
consensi di un ritorno a quello Stato sociale che, in un modo o
nell'altro, aveva dato prova di buon funzionamento dagli anni '30
agli '80 del secolo passato:
basterebbe una scorsa alle statistiche
riguardanti lo sviluppo economico e l'andamento dei redditi
della maggioranza della popolazione per rendersene conto, oltre
ogni ragionevole dubbio.
Lo Stato sembrerebbe necessario - almeno ad
avviso di chi scrive - finché non tutta la popolazione presenti quel
livello di coscienza, di responsabilità e di consapevolezza che
esclude la necessità di un potere o forza regolatrice nell'interesse
generale e del bene comune.
Lo Stato è male quando intende intervenire nella sfera di autonomia
dei singoli, delle famiglie, degli enti locali e delle imprese; ma è
necessario per difendere tale autonomia.
Territorio, Globalizzazione e
Anarco-Capitalismo
Alla luce di quanto si è sostenuto nei paragrafi precedenti e dei
grandi cambiamenti cui si sta assistendo (ridimensionamento della
globalizzazione con recupero del territorio e della localizzazione),
quali novità in campo economico, monetario, produttivo e quant'altro
possono tracciare un percorso futuro che non peggiori l'attuale
situazione, ma la migliori?
La scarsa redditività della gran parte degli investimenti (vale a
dire non solo quelli riferibili alle grandi multinazionali) assieme
all'esigenza di una crescita più marcata delle produzioni
immateriali suggerisce l'esigenza di un superamento del modello
capitalistico basato esclusivamente sul profitto.
I futuribili di una eliminazione del contante e
di una introduzione di
criptovalute - senza anche quella di moneta
garantita dalle sole potenzialità di crescita del valore delle
persone - comporterebbero un insostenibile premio a chi già possiede
risorse e un inaccettabile limitazione verso chi ancora non le
detiene.
In questo senso, l'indicazione di un
anarco-capitalismo - che
elimina le banche (di cui si cercherà di parlare in un'altra sede) e
lo Stato - non sembra né sufficiente, né efficace, ma solo
barbaramente efficiente.
Vie di Uscita?
In conclusione,
le prospettive per l'umanità, potrebbero essere
buone, a condizione che i macroprocessi (come la fine del mondo a
comando unipolare americano e l'emergere
dei BRICS) siano guidati
dal buon senso e non dal senso comune e dal prevalere della logica
del più forte.
Altresì a condizione che i microprocessi tengano
conto di tutte le dimensioni d'impresa, non solo di quelle in grado
di influire direttamente sulle scelte di chi è preposto - nei luoghi
di comando, ovvero di servizio alla comunità - al rispetto della
legalità ed alla ricerca della verità nel campo dell'informazione e
delle decisioni di investimento che riguardano il settore pubblico e
la regolazione non oppressiva di quelle di competenza dei privati.
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