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dal Sito Web SinistraInRete
Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana.
La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna
un Medio Oriente
profondamente diverso...
Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote:
Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una "guerra vinta" che sul terreno non esiste...
Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente:
Due traumi, due narrazioni, due diffidenze
strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.
Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance - vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier - l'esito è scritto in partenza.
Due logiche incompatibili, in una stanza che si è
svuotata in fretta.
Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele - che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico - e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un'intera civiltà all'età della pietra.
Dall'altro, l'Iran non è più l'attore isolato del 2010 o del 2015:
La Cina, in particolare, ha tutto l'interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l'accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l'Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta.
Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore:
Nel frattempo, all'interno dell'Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato:
Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia.
Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in
più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra
governa in nome di Dio...
Sul fronte opposto,
La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità.
Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta.
Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante.
Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell'economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte:
Paradosso amaro:
Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane,
Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto
un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità
che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme
ai
manuali di
Clausewitz...
Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto - attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni - si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran.
L'episodio, minimizzato dai grandi network e
confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata
simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker
war degli anni Ottanta un'unità navale americana arretra nel
Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.
L'effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane.
Tradotto in termini politici:
È una forma di sovranità imposta a colpi di
geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.
La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un'astrazione televisiva:
Chi racconta questa crisi come un fatto lontano
mente, consapevolmente o per pigrizia.
Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire "un'intera civiltà all'età della pietra" in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile.
Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po' di pazienza.
Mai come in questa crisi la guerra dell'informazione si è rivelata a doppio taglio:
È la paradossale vulnerabilità dell'era digitale:
In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante.
Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale.
Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.
Si salda,
È un unico grande processo storico:
Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà.
Ma la realtà, come sempre, non si lascia
amministrare per slogan.
Le logiche della deterrenza reciproca, l'intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l'escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi.
Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo:
Per l'Europa - e per l'Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo - lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza.
Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l'egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni.
La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno.
Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente.
La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare.
A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica.
Quando gli imperi perdono, perdono così:
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