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di
Giulio Chinappi
09 Luglio 2026
dal Sito Web
Strategic-Culture

L'Iran
ha sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, ma,
-
l'aggressione imperialista-sionista
-
il doppio standard sull'arsenale
israeliano
-
il fallimento del diritto internazionale,
...pongono Teheran davanti al dilemma già
affrontato dalla Corea del Nord.
Per decenni, la Repubblica Islamica dell'Iran ha sostenuto con
coerenza che il proprio programma nucleare fosse destinato a scopi
civili, energetici, scientifici e medici, non alla costruzione di
armi atomiche.
Questa posizione non è stata soltanto una linea
diplomatica rivolta alla comunità internazionale, ma anche una
dottrina politica e religiosa, fondata sulla dichiarata
incompatibilità delle armi di distruzione di massa con la visione
strategica ufficiale di Teheran.
Eppure, la storia non si muove nel vuoto delle
intenzioni, ma nel terreno concreto dei rapporti di forza.
Quando uno Stato viene sottoposto a,
-
sanzioni permanenti
-
minacce militari
-
omicidi mirati
-
bombardamenti contro infrastrutture
strategiche
-
aggressioni condotte da potenze nucleari
o protette da potenze nucleari,
...la questione della deterrenza smette di essere
un tema astratto e diventa un dilemma esistenziale.
La situazione odierna mette dunque l'Iran di fronte ad un dilemma.
Non perché Teheran abbia cercato originariamente
la bomba, non perché il suo programma nucleare civile debba essere
reinterpretato retroattivamente come progetto militare, e non perché
la Repubblica Islamica abbia avuto bisogno di armi nucleari per
affermare la propria identità politica.
Al contrario, proprio il fatto che l'Iran abbia
resistito per anni alla scelta nucleare militare rende ancora più
grave la responsabilità dell'asse
Imperialista-Sionista
nel trasformare questa opzione in un tema inevitabile del dibattito
strategico.
Se oggi in Iran si discute della deterrenza
nucleare come possibile risposta alla minaccia esistenziale, la
causa non va cercata in una presunta aggressività iraniana, ma,
nell'aggressione subita, nel doppio standard
internazionale e nell'evidente incapacità del diritto
internazionale di proteggere uno Stato sovrano quando
l'aggressore appartiene al blocco occidentale.
La guerra scatenata dagli Stati Uniti e da
Israele contro l'Iran ha mostrato con crudezza un dato che molti
Paesi del Sud globale conoscono da tempo:
le norme internazionali valgono solo finché
non ostacolano gli interessi delle potenze dominanti.
-
La Carta delle Nazioni Unite proibisce
l'uso della forza contro l'integrità territoriale e
l'indipendenza politica degli Stati
-
Il Trattato di Non Proliferazione (TNP)
dovrebbe impedire la diffusione delle armi atomiche e
favorire il disarmo
-
L'Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica dovrebbe garantire un quadro tecnico e imparziale di
monitoraggio
Tuttavia, quando l'Iran, firmatario del TNP,
sottoposto per anni a ispezioni e negoziati, viene colpito
militarmente, il sistema internazionale non impedisce l'aggressione.
Al contrario,
-
quando
Israele, potenza nucleare
non dichiarata e non aderente al TNP, mantiene un
arsenale atomico fuori da qualsiasi reale regime di
controllo, l'Occidente tace
-
quando gli Stati Uniti, unico Paese ad
avere usato armi nucleari contro popolazioni civili, si
arrogano il diritto di decidere chi possa sviluppare
tecnologie strategiche e chi no,
...il discorso sulla non proliferazione diventa
uno strumento politico di dominio.
Tale asimmetria, lungi dal rappresentare un aspetto secondario, è il
cuore della questione.
L'Iran viene accusato per ciò che potrebbe
teoricamente fare, mentre Israele viene protetto per ciò che ha già
fatto e possiede.
A Teheran si chiede trasparenza totale; a Tel
Aviv si concede ambiguità strategica.
All'Iran si impone di rinunciare a qualsiasi
possibilità di deterrenza estrema; a Israele si riconosce
implicitamente il diritto di restare l'unica potenza nucleare
del Medio Oriente.
Il problema, dunque, non è la proliferazione in
astratto, ma il monopolio nucleare come strumento di gerarchia
regionale.
In un simile contesto, la domanda che si impone è
semplice:
quale garanzia reale può avere l'Iran che,
rinunciando definitivamente a ogni opzione di deterrenza
nucleare, non sarà aggredito di nuovo?
La risposta occidentale è sempre la stessa:
sbandierare garanzie diplomatiche, accordi, ispezioni e negoziati
che poi verranno disattesi.
L'esperienza recente, infatti, dimostra la
fragilità di queste promesse.
Ricordiamo che furono gli Stati Uniti a ritirarsi
unilateralmente dall'accordo sul nucleare del 2015 durante la prima
presidenza
Trump, distruggendo uno dei
principali strumenti multilaterali costruiti per risolvere la
questione iraniana.
In seguito, la pressione economica e militare non
è diminuita, ma si è intensificata.
L'Iran ha visto scienziati assassinati,
infrastrutture sabotare, centrali e siti strategici minacciati o
colpiti, mentre il regime israeliano ha continuato a godere di
protezione politica, militare e diplomatica.
Se la diplomazia viene usata come copertura
per guadagnare tempo prima dell'aggressione, essa smette di
essere diplomazia e diventa una trappola.
Tale situazione, a nostro modo di vedere, non può che portare la
leadership iraniana ad osservare con attenzione l'esempio
nordcoreano.
La Repubblica Popolare Democratica di Corea
ha tratto dalla propria storia una lezione radicale:
uno Stato che si trova nel mirino
dell'imperialismo statunitense non può affidare la propria
sopravvivenza alle promesse di Washington.
La Corea del Nord ha vissuto,
-
la devastazione della guerra
-
le minacce nucleari statunitensi
-
l'accerchiamento militare
-
le sanzioni
-
le esercitazioni congiunte ostili nella
penisola coreana
-
il rifiuto, da parte di Washington, di
riconoscere pienamente le sue esigenze di sicurezza
In questo contesto, la scelta della deterrenza
nucleare non è nata come capriccio, ma come risposta storica a una
condizione di minaccia permanente.
La lungimiranza di Kim Il Sung fu proprio quella di
comprendere che l'indipendenza politica, in un mondo dominato
dall'imperialismo, non può fondarsi soltanto su dichiarazioni di
principio, ma deve poggiare su capacità concrete di difesa.
Il fondatore della Repubblica Popolare
Democratica di Corea pose le basi politiche, scientifiche e
strategiche di un percorso che sarebbe poi stato sviluppato nelle
fasi successive della storia nordcoreana.
Sotto Kim Jong Il e poi Kim Jong Un,
quella linea si è trasformata in deterrenza nucleare compiuta, fino
a diventare pilastro della sovranità nazionale e della sopravvivenza
dello Stato socialista coreano.
Il caso nordcoreano dimostra quindi una verità che l'Occidente cerca
di occultare:
gli Stati Uniti negoziano seriamente solo
quando non possono imporre la resa.
Prima che Pyongyang raggiungesse una capacità di
deterrenza credibile, la Corea del Nord veniva trattata come,
un bersaglio, un'anomalia da correggere, un
sistema da strangolare economicamente e rovesciare
politicamente...
Dopo il consolidamento della deterrenza nucleare,
Washington ha dovuto riconoscere, seppure indirettamente, che una
guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea avrebbe
avuto costi incalcolabili.
La bomba non ha reso la Corea del Nord
invulnerabile alle sanzioni, né ha eliminato le difficoltà
economiche, ma ha impedito lo scenario più grave:
l'attacco diretto finalizzato al cambio di
regime.
In questo senso, la deterrenza nucleare ha svolto
la funzione primaria per cui era stata concepita, ovvero quella di
preservare l'esistenza dello Stato.
Fino ad ora, l'Iran ha cercato una strada diversa:
-
ha sviluppato una potente deterrenza
convenzionale, missilistica, regionale e marittima
-
ha costruito profondità strategica
attraverso relazioni con forze alleate nella regione
-
ha dimostrato capacità di resistenza
economica e sociale
-
ha trasformato lo Stretto di Hormuz in
una leva geopolitica capace di condizionare l'economia
mondiale
Tutto ciò ha funzionato parzialmente e ha
impedito agli Stati Uniti e a Israele di ottenere una vittoria
rapida.
Ma la domanda resta:
Basta tutto questo contro una minaccia
nucleare diretta o indiretta?
Basta contro un nemico che dispone di armi
atomiche, o che agisce sotto l'ombrello nucleare americano, e
che allo stesso tempo pretende di negare all'Iran ogni forma di
deterrenza equivalente?
La deterrenza nucleare, in questa
prospettiva, non appare come una scelta ideologica, ma come una
possibile conseguenza della violenza subita.
Sarebbe l'imperialismo stesso a spingere Teheran
verso il dilemma atomico:
-
se il diritto internazionale non protegge
-
se il TNP viene applicato in modo
selettivo
-
se l'AIEA viene trasformata in strumento
di pressione politica
-
se Israele resta fuori da ogni controllo
-
se gli Stati Uniti continuano a
minacciare attacchi militari,
...allora è inevitabile che settori del dibattito
iraniano si chiedano se la sola garanzia reale non sia quella
nordcoreana:
costruire una capacità di deterrenza tale da
rendere l'aggressione troppo costosa.
L'Iran non ha cercato questo bivio. Vi è stato
condotto...
La sua dottrina ufficiale, la sua storia
diplomatica e le sue dichiarazioni pubbliche indicano che Teheran
non aveva intenzione di costruire armi nucleari.
Ma la guerra cambia le categorie politiche.
Ogni bomba sganciata, ogni minaccia contro
gli impianti energetici, ogni assassinio mirato, ogni blocco
navale, ogni veto occidentale contro la condanna di Israele
rende più debole l'argomento di chi, in Iran, sostiene che
bastino il diritto internazionale e la diplomazia.
Al contrario, rafforza chi sostiene che
solo una deterrenza estrema possa garantire la sopravvivenza
nazionale.
Se l'Occidente vuole davvero impedire che l'Iran arrivi alla
conclusione nordcoreana, ha una sola strada:
cessare le aggressioni, rimuovere le sanzioni
illegali, riconoscere i diritti nucleari civili di Teheran,
imporre il disarmo nucleare israeliano e costruire un ordine
regionale fondato sulla sicurezza reciproca.
Ma se continuerà sulla strada della minaccia,
del blocco, del doppio standard e dell'impunità
sionista,
allora non potrà stupirsi se a Teheran
crescerà la convinzione che la deterrenza nucleare sia l'unico
linguaggio capace di fermare l'imperialismo.
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