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di Antonino Galloni
22 Aprile 2026
dal Sito Web
MEER
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Antonino Galloni
è un economista
italiano, laureato in Giurisprudenza a Roma nel 1975 con
studi anche a Berkeley, negli Stati Uniti. È stato
collaboratore dell'economista post-keynesiano Federico
Caffè e docente universitario.
Ha svolto incarichi
di rilievo nel governo e nelle istituzioni italiane ed è
autore di numerose pubblicazioni.
Nel febbraio 2024 è
stato nominato Magnifico Rettore della Campus HETG di
Ginevra. |

Più che un nuovo ordine,
il mondo sembra
scivolare
in un disordine
strutturale...
Tra crisi
del modello unipolare,
tensioni
geopolitiche e limiti del capitalismo globale,
il mondo si
avvia verso una multipolarità instabile,
ancora lontana
da un vero equilibrio...
Nel suo ultimo libro (World
Order - Reflections on the Character of Nations and the Course of
History), poco tempo prima di lasciarci,
Henry Kissinger confessò gran
parte dei suoi crimini e, soprattutto, riconobbe l'inutilità di essi
e il fallimento del mondo a guida unipolare USA; vale a dire la
necessità di passare a equilibri regionali.
Dunque, il Nuovo Ordine - tra pochissimo vedremo anche le posizioni
di quattro protagonisti del momento - dovrebbe prevedere diverse
aree di influenza o, più esattamente, di regolazione:
la tesi di questo articolo è che, fermo
restando quando aveva previsto lo stesso Kissinger - con la sua
proverbiale lungimiranza - cioè la prospettiva di
multipolarità, tuttavia
nessun equilibrio (per come lo possiamo comunemente intendere) è
possibile.
Cominciamo col caso, o area, apparentemente meno
complessa:
le Americhe...
Dottrina Monroe - riveduta e corretta, ma
non troppo, da
Donald Trump - premettendo:
Canada, Groenlandia, Venezuela e Brasile
corrispondono a soluzioni non completamente definite e che,
quindi, se ne trascineranno altre, evidentemente.
Ma il quadro si complica parecchio se si passa
nell'area del Pacifico:
Giappone e Corea del Sud si sottometteranno
alla Cina (che sente sempre più avvicinarsi Taiwan, tra l'attesa
di un bombardamento nucleare e l'altro) e alla Corea del Nord?
E quali novità attendono l'Oceania, o
Nuovissimo Continente, e tutta l'area circostante che teme le
stesse ingerenze cinesi, ma non ha ancora completamente definito
l'ambito delle possibili alleanze?
Lasciamo stare l'Asia sud-occidentale definita,
più comunemente, Medio Oriente...
Ma che dire dell'area europea o,
meglio, euro asiatica, comprensiva dell'Africa, almeno
quella che si affaccia sul Mediterraneo, senza dimenticare
quella subsahariana dove i conflitti armati sono la regola e non
l'eccezione?
Qui la confusione, o disordine, è massima, grazie
ai comportamenti dell'Unione
Europea.
Essa, quando era ancora Comunità Economica mancò di cogliere
il momento cruciale della caduta del Muro di Berlino:
allora, per soddisfare le esigenze di
mantenimento conflittuale sempre volute dal Regno Unito, si
perse l'occasione di tendere una mano a
la Russia
non più sovietica...
Anzi, si spinsero gli ex Paesi socialisti
(che fungevano da oggettivo cuscinetto, rendendo meno cruciale
l'espediente della guerra fredda) ad abbracciare
la NATO,
oltre alla cosiddetta Unione Europea.
Allora sembrava che si prendessero ordini
dagli USA, oggi - in pieno
scontro bellico con l'Ucraina,
conseguente ai fatti successivi al 2014 (Maidan, attentati in
Crimea, bombardamenti dei territori filorussi ai confini con la
Federazione),
...la stessa Unione Europea, sempre
eterodiretta, in questo caso dall'onnipresente
Gran Bretagna, intraprende azioni
del tutto opposte ad una prospettiva di pacificazione accettabile da
tutte le popolazioni interessate.
A tal proposito, proprio Friedrich Merz, Cancelliere in
carica della Germania, riconosce che non potranno esserci equilibri
nell'area europea - diremmo noi, nell'area euroafroasiatica -
senza un dialogo, un accordo, una stretta collaborazione, un
rapporto di cooperazione con
la Russia,
qualcuno potrebbe ben obiettare,
"E allora, non ci si poteva pensare prima di
tutto questo macello?".
Al recente vertice di
Davos,
-
il CEO di
Blackrock (Presidente, per
ora provvisorio, del
World Economic Forum),
Larry Fink, parla di "Capitalismo al collasso"
-
lo segue a ruota il suo Vicepresidente
Philipp Hildebrand che parla, appunto, del fine dell'old
world order dopo 60 anni di "onorata gestione"
-
si aggiunge Christine Lagarde che,
pur negando la "rottura dell'ordine mondiale" (tanto non
decide lei) ammette che serva - e che manchi - "un piano B o
diversi piani B"...
Lo stesso Fink, in qualità di massimo
rappresentante del pesantissimo fondo finanziario globale e
dell'organizzazione di indirizzo culturale che più ha mietuto
consensi - negli ultimi tempi - tra i poteri forti del pianeta,
afferma:
"Ci stiamo arricchendo enormemente, ma
questo capitalismo non
fa che, contemporaneamente, allargare il novero dei poveri e
peggiorarne la condizione; fino che punto si potrà andare avanti
così?"
Altrimenti detto:
-
attenzione che qui, se si continua così,
salta tutto
-
si tratta di considerazioni importanti e
degne di riflessione
-
ma quando si passa agli strumenti per
risolvere la situazione stessa, Fink non sa andare oltre la
diffusione dei benefici collettivi dell'espansione
dell'intelligenza artificiale o l'introduzione di tecnologie
sempre più efficienti ed alla portata di tutti
-
il "collasso
del capitalismo" richiede il passaggio ad un
modello economico diverso, cioè non capitalistico
-
ma chi ha portato il mondo in tale
situazione non può indicare le soluzioni per uscire dal
caos, avrebbe detto il buon Einstein…
Ai suoi tempi (di John Maynard Keynes),
quello che sconcertò il mondo accademico degli anni '30 del secolo
scorso e lo fece passare per filomarxista, fu l'affermazione
che,
il capitalismo fosse caratterizzato - di
regola - da "equilibri di sottoccupazione":
unica eccezione, i periodi di guerra (con
le donne in fabbrica e i maschi al fronte).
Invece, i precedenti difensori delle verità del
sistema sostenevano il contrario, vale a dire che il capitalismo
tendesse alla piena occupazione, purché non si falsasse la libera
concorrenza con le lotte salariali, i sindacati e altre diavolerie
contrarie alla libertà delle imprese.
Va da sé che gli "equilibri di sottoccupazione"
possano tranquillamente essere definiti come squilibri che, "di
regola", caratterizzano l'economia di mercato.
Se, dunque, cercassimo di applicare la stessa logica ai tempi
attuali, andando anche oltre la macroeconomia, ma invadendo la sfera
della geopolitica, ecco cosa avremmo davanti:
non il o un (nuovo) ordine mondiale, ma un "disordine"
mondiale...
E se, inoltre, volessimo intendere tale
situazione non per farci belli di una battuta azzeccata, ma per
elaborare (almeno i rudimenti di) una teoria, ecco, qui di seguito,
cosa dovremmo considerare.
Un ordine mondiale oggi non c'è (e non c'è
stato nemmeno nei decenni precedenti).
Altra questione, è se ci potrà essere un
ordine mondiale (e su tale aspetto cercheremo di aggiungere
qualcosa alla fine di quest'articolo).
Infatti, quanto ci preme qui sottolineare è un
parallelo con ciò che fu soluzione per gli equilibri di
sottoccupazione che non fu la guerra continua, ma l'intervento
(sistematico e non solo in occasione di crisi) dello Stato:
non è un caso, ancor oggi, che i Paesi che
hanno respinto il ritorno alle economie liberistiche, sono
quelli più stabili e che traguardano prospettive non velleitarie
di sviluppo.
Siccome non c'è un'autorità od un'entità
sovranazionale che possa risolvere la questione (salvo appellarsi
all'intervento di Dio o degli extraterrestri), permane
che gli attuali equilibri internazionali siano caratterizzati da
disordine, quindi possano ben meglio venire etichettati come
"Nuovo Disordine Mondiale".
Tale situazione potrebbe venir risolta con un
cambiamento di paradigma:
ma si tratterebbe di passare dal primato
del profitto (che, non facendo differenze tra
l'economia reale e quella finanziaria, predilige quest'ultima
quando i suoi livelli di rendimento superano quelli della prima)
al primato della produzione che implica il pieno
soddisfacimento di tutti i bisogni della popolazione.
Ma tale soluzione metterebbe fuori gioco i
rappresentanti dell'ordine finanziario costituito; quindi non può
esserci una transizione indolore per tutti...
Consapevoli di queste circostanze,
gli attuali detentori del potere possono
giocarsi solo la carta dell'accentuazione del conflitto o dei
conflitti.
Ed è proprio quanto sta accadendo e continuerà ad
andare avanti finché qualche forza non riuscirà ad operare in un
ambito diverso, vale a dire assegnando priorità alla produzione
(di beni e servizi necessari e utili, anche manipolando i livelli di
reddito con l'introduzione di mezzi di pagamento - e, quindi, di
stimolo al loro approntamento - aggiuntivi e senza creazione di
maggior debito).
Ciò che oggi si oppone alla finanza di Davos o del World Economic
Forum, ovvero l'America di Trump, la Russia di Putin,
la Cina di Xi Jinping, l'India di Modi non mette in
discussione il paradigma capitalistico, ma lo difende,
pur introducendovi una più equa distribuzione
dei redditi, qualche tassazione dei profitti, un efficace e
necessario intervento dello Stato, anche nelle attività
industriali.
In ogni caso, sebbene sia probabile ed
auspicabile che il nuovo ordine multipolare prevalga, tuttavia esso
non corrisponderà ad una soluzione sufficiente, ma costituirà un
passaggio sulla via di un cambiamento di paradigma che comincerà
appena la gran parte dei Paesi del pianeta avrà raggiunto traguardi
nella produzione dei beni materiali tali da spingere tutte le
popolazioni a guardare oltre, ovvero,
a guardare al pieno soddisfacimento di tutti
i bisogni, anche quelli immateriali, meta non
raggiungibile senza abbandonare i paradigmi capitalistici e la
prevalenza della finanza nell'economia e nella società...
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