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di Turi Grasso 26 Gennaio 2026 dal Sito Web MEER
in onore del dottor Edward Said (1935–2003) presso la San Francisco State University. È stato dipinto da Fayeq Oweis e Susan Green e inaugurato il 2 novembre 2007. Edward Said (1935-2003) è stato un accademico, critico letterario e attivista politico palestinese-americano, ampiamente riconosciuto come fondatore degli studi postcoloniali, noto per il suo influente libro "Orientalismo" (1978) che criticava la percezione occidentale del mondo arabo, e instancabile difensore dei diritti dei palestinesi, che ha insegnato alla Columbia University per gran parte della sua carriera.
Israele-Palestina: il mondo si ribella, tuoni di rabbia, diluvio di verità...
Ritengo tuttavia necessario affrontare
preliminarmente come una parte sempre più ampia del mondo stia
reagendo alle politiche del governo israeliano e al sostegno
politico offerto da
Donald Trump, rinviando a un successivo
articolo l'analisi del caso Maduro e della carica simbolica di
Trump, spesso teatrale, di esportare la democrazia come fosse una
merce o un know-how trasferibile da un Paese all'altro.
Le parole usate dai leader non sono mai neutre:
In questo articolo ricostruisco le giustificazioni ufficiali, le obiezioni interne e internazionali e analizzo le accuse mosse, facendo riferimento alle principali fonti estere e agli strumenti giuridici disponibili.
Nei suoi discorsi pubblici il leitmotiv è stato quello della sicurezza nazionale e del dovere dello Stato di impedire nuovi attacchi contro civili israeliani.
In più dichiarazioni ufficiali recenti, Netanyahu
ha sostenuto che l'ingresso negli ultimi nuclei urbani di Gaza e
l'azione contro i cosiddetti "centri di potere" di Hamas
fossero finalizzati a neutralizzare la minaccia e a ottenere la
restituzione degli ostaggi. 1
Per i sostenitori di questa linea, la piena
occupazione di Gaza e l'espulsione di Hamas dalla Striscia
rappresenterebbero l'unica via per prevenire nuove minacce.
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In più occasioni, nel corso del 2025, ha suggerito che Paesi vicini - in particolare Egitto e Giordania - dovessero accogliere parte della popolazione di Gaza, arrivando a parlare della necessità di "ripulire" la Striscia.
Dichiarazioni interpretate da molti osservatori
come richieste implicite di trasferimento forzato di civili, in
aperto contrasto con il diritto internazionale. 3
Tuttavia, quando tali operazioni producono decine di migliaia di vittime civili e la distruzione sistematica delle infrastrutture vitali, il linguaggio della sicurezza entra in collisione con norme internazionali che vietano trasferimenti forzati, attacchi indiscriminati e atti che mostrino l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. 4
Commissioni indipendenti delle Nazioni Unite hanno concluso che le azioni condotte nella Striscia di Gaza presentano elementi riconducibili al genocidio e hanno invitato Stati e organismi internazionali a intervenire per prevenire ulteriori atti e perseguire i responsabili.
Parallelamente, Amnesty International e Human Rights
Watch, al termine di indagini estese, hanno affermato che esistono
elementi sufficienti per qualificare come genocidio alcune condotte
adottate nel corso delle operazioni, chiedendo misure immediate per
fermare la violenza e garantire responsabilità penale. 5
Parallelamente, il sostegno globale alla popolazione palestinese e le critiche alle operazioni israeliane hanno spinto diversi Paesi a condannare apertamente Tel Aviv per aver creato una crisi umanitaria profonda, denunciando la drammatica perdita di vite civili e la privazione di aiuti essenziali.
All'interno di Israele si sono levate voci di dissenso significative:
Documenti e rapporti prodotti da ONG israeliane descrivono ordini di evacuazione di massa, distruzione sistematica di quartieri e pratiche che hanno avuto come conseguenza diretta la privazione dei mezzi di sussistenza e la morte di numerosi civili. 7
In Israele, un numero crescente di riservisti ha
espresso dissenso, segnalando una crisi di legittimità interna
rispetto alla guerra. 8
Proteste di piazza, appelli al Congresso e pressioni per limitare le forniture militari sono diventati elementi centrali del dibattito pubblico.
Gli elementi essenziali sono gli atti materiali -
come uccisioni, lesioni gravi, imposizione di condizioni di vita
intese a provocare la distruzione fisica del gruppo - e l'intenzione
specifica, il cosiddetto
dolus specialis...
A ciò si affianca la possibilità, per alcuni ordinamenti nazionali, di esercitare la giurisdizione universale.
Già oggi si registrano segnali concreti in questa direzione, accompagnati da una pressione crescente delle piazze e delle società civili.
Il conflitto ha ormai superato la dimensione puramente militare per entrare in quella giudiziaria e morale.
È una prova decisiva per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle istituzioni nate dopo la Shoah con l'obiettivo di impedire il ripetersi di simili tragedie.
Le giustificazioni di Netanyahu e il pieno
appoggio politico di Trump mostrano fino a che punto la ragion di
Stato possa spingersi nel tentativo di negare l'evidenza dei fatti e
il valore universale delle norme.
I tuoni di rabbia che attraversano le piazze del mondo sono il segnale che una parte dell'umanità rifiuta di voltarsi dall'altra parte.
Spetta ora alle istituzioni, ai tribunali e ai
governi decidere se essere all'altezza di questa sfida o consegnare
al futuro l'ennesima pagina di vergogna...
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