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16 Marzo 2026 dal Sito Web MEER
L'attuale scenario geopolitico è segnato da conflitti attivi come la guerra tra Russia e Ucraina e le tensioni in Medio Oriente tra Israele e gruppi armati sostenuti da potenze regionali.
hanno prodotto milioni di danni e di sfollati, ora bisogna ricostruire...
Non si respirava un'aria così tesa dai tempi della Guerra Fredda.
Il confine tra conflitto internazionale e guerra mondiale è molto labile.
Solitamente, affinché una guerra sia davvero "mondiale", c'è bisogno di un coinvolgimento attivo di tutte le maggiori potenze internazionali (vedasi le due Guerre Mondiali del Novecento).
Attualmente (e per fortuna) questo non sta accadendo.
L'equilibrio internazionale è certamente legato al conflitto tra due potenze come gli USA e l'Iran, ma gli altri Paesi non sembrano essere parti attive.
In sintesi,
Questo, però, non vuol dire che non ci si trovi in una situazione di instabilità politica a livello globale.
Attualmente nel mondo,
I dati, riscontrabili anche sul web, sono stati raccolti di recente (marzo 2026) dal Comune di Ferrara attraverso il suo giornale Cronaca Comune che ha citato fonti come l'ACLED, l'ONU e diverse testate internazionali come CNN e CBS.
Il tutto mentre in una parte del mondo milioni di
persone vivono senza avere minimamente contezza di quanta morte e
devastazione ci siano nell'altro emisfero.
Il rapporto Global Trends fotografa una realtà tremenda, insostenibile e aberrante.
Un trend in aumento costantemente negli ultimi anni dovuto soprattutto ai nuovi conflitti in Iran e Palestina che hanno provocato altre centinaia di migliaia di sfollati dopo le già persistenti guerre in Sudan, Myanmar e Ucraina.
Spesso gli sfollati però non riescono ad abbandonare il proprio Paese ma decidono di lasciare solo la propria città o il proprio villaggio.
Il rapporto dell'UNHCR, invece, fornisce un altro dato interessante.
Questo vuol dire che i Paesi a basso-medio
reddito accolgono il 73% dei rifugiati mondiali, ospitando una quota
sproporzionata rispetto alle proprie risorse.
In sintesi:
Bisogna, però, allungare lo sguardo e valutare quale sarà il futuro di tutte quelle regioni del mondo che ora sono letteralmente in macerie.
Ciò che ora è crollato dovrà essere ricostruito.
Il caso più rumoroso è sicuramente quello dell'Ucraina.
Per la ricostruzione del Paese l'Unione Europea
ha previsto lo stanziamento di circa 50 miliardi di euro nel periodo
2024-2027 tramite uno strumento specifico comunitario.
Per quanto riguarda l'Italia, dal 2023 è operativa presso la Farnesina la Task Force per la Ricostruzione e la Resilienza dell'Ucraina con l'obiettivo - si legge sul sito ufficiale - di,
La struttura, coordinata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, raccoglie attorno a sé anche altri soggetti come,
Ma la spesa sarà, con ogni probabilità, molto più ampia, almeno 500 miliardi secondo una recente analisi della Banca Mondiale (i cui azionisti di maggioranza sono gli USA).
In questo gigantesco piano di investimenti potrebbero rientrare anche dei privati imprenditori e si potrà beneficiare di ulteriori proventi di beni confiscati alla Russia.
I settori più attenzionati sono sicuramente
quello energetico e delle infrastrutture.
La questione, tuttavia, resta fumosa e il rischio di infiltrazioni
criminali e speculazioni è dietro l'angolo.
Almeno 185 miliardi, invece, è in questo caso la previsione di spesa offerta dalla Banca Mondiale in riferimento alla ricostruzione della Siria dopo la guerra civile che ha dilaniato il Paese.
Bisognerà ricostruire strade, infrastrutture energetiche, case, scuole e tutto ciò che in 14 anni di guerra è andato perduto, in particolare nelle aree di Aleppo e Damasco.
Diversi milioni di rifugiati (almeno 1 milione
solo in Unione Europea) che hanno lasciato un Paese devastato dalla
guerra dei ribelli contro il regime di Assad, deposto
definitivamente nel dicembre scorso. 11 anni di guerra che hanno
graffiato per sempre quella regione del mondo.
Una riconciliazione diplomatica che però potrebbe
livellare in ribasso una certa lotta al terrorismo sbandierata in
quell'area (ad esempio, il nuovo capo di Stato israeliano,
Al-Shara, era stato
imprigionato proprio dagli americani in Iraq con l'accusa di
appartenere ad
Al-Qaeda).
Emirati Arabi Uniti, Qatar e Usa su tutti, ma anche partner internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, l'organo dell'ONU che ha il compito di garantire la stabilità del sistema monetario e finanziario globale.
L'Italia, invece, dopo aver aperto prima di tutti un riferimento diplomatico in Siria, dovrebbe, secondo quanto riferito dal ministro Tajani, dedicare ai progetti di collaborazione con la Siria circa 68 milioni di euro.
Spostandoci di qualche chilometro, sempre in Medio Oriente, non si può non analizzare la situazione di Gaza.
L'attacco nella Striscia
di Israele (che in realtà ancora
continua a livelli ridotti) ha rappresentato per la storia recente
una delle più gravi crisi umanitarie che ha spinto
l'ONU a parlare dichiaratamente di
genocidio.
Mettendo da parte per un momento il fantasioso progetto di Trump di costruire una riviera nella Striscia, la previsione è che per restituire ai palestinesi un'area vivibile in quello specifico territorio ci vorranno almeno 10 anni.
La ricostruzione vedrà il coinvolgimento
dell'Unione Europea, degli Usa, dei Paesi arabi, dell'Onu e si punta
a coinvolgere anche lo stesso governo israeliano a guisa di
"risarcimento danni".
Il presidente USA ha creato una nuova agenzia
governativa, il
Board of Peace (il Consiglio di
Pace) proprio per progetti internazionali di questo tipo.
L'Italia non ha aderito ufficialmente, ma la premier Meloni ha
sottolineato la disponibilità a partecipare attivamente al processo
di stabilizzazione.
Il Board, così come è strutturato (i Paesi dovrebbero immettere una cifra di ingresso pari a 1 miliardo di euro), è considerato un ente privato e contrasta con l'articolo 11.
A ben vedere, però, la distruzione provocata dai recenti conflitti non è semplicemente "strutturale". Ad andare in fumo non sono stati solo case, palazzi e strade, ma anche interi siti architettonici e artistici in molti casi protetti dal sigillo UNESCO.
Ad essere colpiti soprattutto la Siria e l'Iraq, bersagli delle bombe ma anche dei raid dei membri terroristici della Jihad.
I siti più noti sono quelli di,
L'Isis, soprattutto nei tempi in cui era riuscito ad avere forti poteri proprio in Siria ed Iraq, ha saccheggiato e distrutto questi siti per motivi di propaganda religiosa ma anche per incentivare a proprio favore il traffico illegale internazionale di beni archeologici.
Le bellezze di queste antiche città della
Mesopotamia potrebbero essere perse per sempre. Ed è per questo che
l'UNESCO sta mettendo in atto tutte le azioni per recuperare una
pagina di storia che sembra strappata definitivamente.
L'Italia ha subito aderito presentando nel 2016 la nascita dei "caschi blu della cultura", una task force della cultura formata da restauratori, archeologi e tecnici scientifici guidati dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale.
Le bombe, però, sono cadute anche su edifici
religiosi o musei poco noti al pubblico internazionale ma
dall'altissimo valore artistico e culturale. A Gaza, per esempio, i
bombardamenti non hanno risparmiato i musei locali e la Grande
Moschea, così come diversi archivi e in generale tutto il centro
storico cittadino.
Nel frattempo, aumentano le persone che
abbandonano le proprie terre, si moltiplicano i soggetti a rischio
di malnutrizione (soprattutto bambini) e si estendono a macchia
d'olio i nuovi signori della guerra e imprenditori che, anche senza
un'arma in mano, con un completo blu da migliaia di dollari indosso,
rischiano di decidere silenziosamente il destino di milioni di
abitanti.
Eppure, probabilmente, stiamo contribuendo a creare un 'nuovo ordine sociale'.
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